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Il Dottore e la squadra del Popolo

«Nessun uomo può emanciparsi altrimenti che emancipando tutti gli uomini che lo circondano».

Probabilmente aveva letto questa frase di Bakunin o, data la passione per gli studi classici trasmessagli dal padre, ‘La Repubblica’ di Platone, del cui protagonista portava il nome. Fatto sta che Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira, per tutti solo Sócrates, è passato alla storia, oltre che come un grande e raffinatissimo calciatore, anche per essere stato l’artefice di quella curiosa e straordinaria utopia applicata al calcio che è passata alla storia come Democracia Corinthiana.

Siamo agli inizi degli anni Ottanta del Novecento, il Brasile, da quasi vent’anni, si trova sotto il tallone di ferro della dittatura militare, una delle tante che in quegli anni insanguinavano il Sudamerica, col beneplacito e la complicità degli Stati Uniti. Da poco si erano conclusi i Mondiali d’ Argentina, forse l’edizione più controversa, spudoratamente strumentalizzata dalla giunta golpista del generale Videla per darsi una facciata di rispettabilità agli occhi del mondo, mentre nelle prigioni di Buenos Aires migliaia di oppositori politici venivano torturati e fatti sparire. In questo contesto politico, nel 1981 a San Paolo, la città più importante del Brasile dopo Rio de Janeiro, si assiste a un avvenimento apparentemente insignificante: terminato il suo mandato, Vicente Mateos lascia la presidenza del Corinthians a Waldemar Pires. Il Corinthians, da tutti conosciuto come Timão, è una delle squadre più importanti del Brasile: la squadra del popolo, fondata nel 1910 da calzolai e muratori, che si contrappone alle altre due squadre della città, il San Paolo, che rappresenta la ricca borghesia, e il Palmeiras, squadra della comunità italiana. Come responsabile organizzativo del club, Pires nomina Adilson Monteiro Alves, un giovane sociologo dalle idee rivoluzionarie, che ribalta il luogo comune consolidato secondo cui una squadra di calcio deve essere governata da un uomo solo al comando, sia esso l’allenatore o, più spesso, il presidente. Alla gestione del club avrebbero partecipato tutti, dai giocatori all’allenatore, dai magazzinieri all’ultima delle maschere che vendevano i biglietti allo stadio e il voto di ognuno avrebbe avuto lo stesso valore. In questo modo si decidevano gli orari degli allenamenti e dei pasti, la squadra da mettere in campo e i giocatori da acquistare e vendere. Era l’inizio della Democracia Corinthiana.

Naturalmente, questo esperimento sociologico non avrebbe potuto avere il successo che ebbe se non fossero esistite alcune figure di spicco all’interno di quello spogliatoio, tre grandi calciatori dotati anche di una coscienza politica particolarmente forte: Wálter Casagrande, che poi ebbe una buona carriera in Italia, giocando con Ascoli e Torino, Wladimir Rodrigues do Santos che, terminata la carriera di calciatore lavorò come sindacalista e, soprattutto, lui, O Doutor, Sócrates.

Sócrates è stato un intellettuale prestato al calcio. La sua eccentricità era ben rappresentata anche dal suo fisico, dato che era alto oltre un metro e novanta, ma portava il trentasette di scarpe. Giocatore dotato di una tecnica straordinaria, considerava il calcio una forma d’arte e affermava: «Noi calciatori siamo artisti, e gli artisti sono gli unici lavoratori che hanno più potere dei loro capi». In realtà, il calcio era solo uno dei suoi innumerevoli interessi: laureato in medicina, a quella dei suoi colleghi preferiva la compagnia di scrittori, poeti e musicisti, con cui amava discutere a lungo, specie di notte, meglio se la discussione veniva accompagnata da bevute epocali. Con lui, Casagrande e Wladimir Rodrigues in campo e quella sorta di anarchia ordinata a reggere tutto, il Corinthians tornò a vincere dopo anni di bocconi amari, conquistando due volte il campionato paulista nel 1982 e nel 1983. Sulle maglie, i calciatori portavano scritte provocatorie inneggianti alla democrazia e alla libertà e durante la finale del campionato del 1983, giocata contro i rivali cittadini del San Paolo, scesero in campo reggendo uno striscione con su scritto ‘Vincere o perdere, ma sempre con Democrazia’.

Nel 1984, amareggiato per la bocciatura della proposta di legge che reintroduceva il suffragio universale e l’elezione diretta del Presidente, Sócrates lasciò il Brasile e se ne andò in Italia, alla Fiorentina. Finiva, così, con l’intransigenza delle scelte importanti, la Democracia Corinthiana. Ebbe, però, modo di raccogliere, sia pure da lontano, i frutti di quella che fu anche una sua battaglia solo un anno più tardi, nel 1985, quando la giunta militare, ormai irrimediabilmente indebolita, cadde e il Brasile tornò ad essere uno stato democratico. Nel frattempo, due anni prima, come conseguenza dell’assurda Guerra delle Malvinas, era crollato il regime militare argentino, mentre nel 1988 cadeva anche la dittatura di Pinochet in Cile, a seguito di un referendum popolare, come descritto anche in un bel film di Pablo Larraín.

L’unicità di Sócrates è dimostrata anche da altri due episodi. Quando, al suo arrivo in Italia, alcuni giornalisti gli chiesero chi, tra Mazzola e Rivera, fosse l’italiano che stimasse di più, lui rispose, serafico: «Non li conosco. Sono qui per leggere Gramsci in lingua originale e studiare la storia del movimento operaio». Nel 1983 aveva confessato che il suo desiderio più grande era quello di morire di domenica, con il Corinthians campione. E, come per un incantesimo magico, la sua profezia si avverò il 4 dicembre del 2011, quando il suo fisico, fiaccato dall’alcol e dalle troppe sigarette, lo abbandonò proprio di domenica, la sera in cui il Timão festeggiava la vittoria nel campionato paulista. Allo stadio Pacaembu di San Paolo, prima del derby col Palmeiras, i giocatori e i tifosi del suo Corinthians lo salutarono nell’unico modo possibile, con il pugno chiuso levato verso il cielo, alla maniera in cui O Doutor, un uomo che si era battuto per l’emancipazione di tutti gli uomini, festeggiava per un gol.

articolo pubblicato su http://www.salvataggisullalinea.it/2019/07/14/il-dottore-e-la-squadra-del-popolo/

Dal Danubio al Brasile, le radici dell’ Hajduk Spalato

Percorrendo la costa della Dalmazia, da Spalato fin giù a Dubrovnik, una cosa, più di ogni altra, colpisce la curiosità del viaggiatore: praticamente non c’è muro, ponte o porticciolo che non riporti scritte inneggianti all’Hajduk, la pincipale squadra di calcio spalatina. Non si tratta di semplici scritte sui muri, ma di vere e proprie opere di street art, che si trovano anche all’ingresso delle gallerie autostradali, il che fa nascere, anche nell’osservatore meno attento, il sospetto che ci sia un legame un po’ più che viscerale tra la meravigliosa Spalato e la sua squadra di calcio.

Nell’estate del 1950, un gruppo di marinai dell’isola di Korcula raggiunse le coste del Brasile, proprio nel pieno svolgimento dei campionati del mondo. Qui assistettero a numerose partite della nazionale di casa, compresa quella, drammatica, contro l’Uruguay, passata alla storia come Maracanazo. Ciò che più li colpì, fu la passione con cui i tifosi brasiliani seguivano la loro squadra e, di ritorno in patria, decisero di riprodurre quel modello. Il 29 ottobre di quello stesso anno, durante una partita contro gli odiati rivali della Stella Rossa, lo stadio dell’Hajduk, che allora era ancora il vecchio Stari Plac, si riempì di tamburi e bandiere e un’atmosfera chiassosa ed entuasiasta accompagnò la squadra fino alla vittoria. Quel giorno nasceva la Torcida, la prima tifoseria organizzata d’Europa, che, anche nel nome, riannodava quel filo rosso che lega, sia dal punto di vista tecnico che sentimentale, il calcio della ex Jugoslavia a quello brasiliano. Non è un caso se la nazionale plava, finchè è esistita, fosse soprannominata “Il Brasile d’Europa”. Fin dalla sua nascita, la Torcida subì l’ostilità del regime titino, che mal tollerava forme di associazzionismo che non fossero ad esso riconducibili. I suoi capi furono espulsi dal partito comunista e in alcuni casi incarcerati, ma, nonostante l’opposizione del regime, fu proprio a Spalato, nel nuovo stadio Poljud, il bellissimo stadio dell’Hajuduk che si affaccia, come una terrazza, sul mar Adriatico, che il 4 maggio 1980, durante un importante Hajduk- Stella Rossa, venne dato l’annuncio dall’altoparlante della morte del Maresciallo Tito. La partita venne sospesa e tutti, giocatori, arbitro e pubblico si unirono in un pianto collettivo, forse presagio della dissoluzione che, di lì a poco, avrebbe travolto la Jugoslavia.

Ancora oggi, la Torcida è un punto di riferimento per la cittadinanza di Spalato: le sue attività non si esauriscono al tifo da stadio, ma interessano anche forme di assistenza alla comunità, tutte finanziate dalle sovvenzioni dei soci. Politicamente, la tifoseria organizzata dell’Hajduk ha una forte connotazione nazionalistica, nulla di paragonabile, però, ai Bad Blue Boys, i loro omologhi della Dinamo Zagabria, quelli che, per intenderci, insieme ai Deljie della Stella Rossa guidati da Zeljiko Raznatovic, meglio noto come comandante Arkan, diedero vita, il 13 maggio del 1990, agli scontri dello stadio Maksimir, da molti considerati l’antipasto della guerra civile.

L’Hajduk ha un’origine curiosa: pur essendo espressione della principale città della Dalmazia, non nasce a Spalato, ma a Praga, nel 1911, nella birreria U Fleku, per iniziativa di un gruppo di studenti spalatini che avevano assitito a una partita tra lo Slavia e lo Sparta ed erano rimasti incantati da quel mix di eleganza, forza fisica e deliziosi virtuosismi tecnici che, all’epoca, andava sotto il nome di calcio danubiano. Era normale, allora, per i rampolli della borghesia dalmata, studiare nelle principali città dell’Impero Austro- Ungarico, di cui la Dalmazia era parte integrante. Come nome si scelsero Hajduk, termine dall’origine incerta, probabilmente utilizzato dai turchi per definire gli antichi guerriglieri balcanici che si opponevano alla dominazione ottomana, gli hayduk, i banditi. E una spiccata coscienza di “opposizione” è una caratteristica che i “Banditi” di Spalato si sono sempre trascinati nel corso della loro storia: nel 1930, i giocatori dell’Hajduk, insieme a quelli di altre squadre croate, boicottarono il campionato del Regno di Jugoslavia, in segno di protesta contro quella che consideravano la dittatura di Belgrado. Durante la Seconda Guerra Mondiale, dopo l’occupazione italiana, l’Hajduk preferì sciogliersi piuttosto che partecipare alla Serie A. Ancora, nel 1944, giocatori e staff tecnico si unirono al gruppo di partigiani jugoslavi con base sull’isola di Lissa, divenendo la squadra di calcio ufficiale dell’esercito di liberazione jugoslavo. Anche per questi meritici “politici” l’Hajduk fu l’unica società calcistica che non subì il repulisti successivo alla nascita della Repubblica Federale Jugolsava, potendo conservare la propria gloriosa tradizione.

Calcisticamente, il punto più alto i Banditi lo raggiunsero negli anni settanta, sotto la guida tecnica di Tomislav Ivic. In realtà, le radici di Ivic non affondano nella storia dell’Hajduk, ma in quella della seconda squadra di Spalato, l’RNK, la squadra dei portuali, fondata nel 1912 da un gruppo di giovani anarchici e chiamata, inizialmente, Anarh. E’, probabilmente, per queste origini operaie e popolari che il calcio che Ivic praticava all’Hajduk venne definito “industriale”, la variante dalmata al calcio totale olandese (Ivic allenò anche per un paio di stagioni all’Ajax). Con Ivic in panchina, l’Hajduk vinse due campionati di Jugoslavia e altrettante coppe nazionali, raggiungendo due volte i quarti di finale di Coppa dei Campioni e una volta le semifinali di Coppa delle Coppe. C’era anche Ivic, in lacrime sul prato del Poljud,  quel 4 maggio 1980, il giorno della morte di Tito.

Quel periodo d’oro non si è più ripetuto nella storia dell’Hajduk, dal cui vivaio, come da tutti i fertilissimi vivai delle squadre della ex jugoslavia, sono usciti campioni come Alen Boksic, originario di Makarska, piccolo borgo marinaro a pochi chilometri dalla grande Spalato, o Ivan Juric, l’attuale allenatore del Torino. L’ ultimo titolo croato vinto dagli spalatini risale, ormai, al lontano 2005. Da allora il campionato è un monologo dell’odiata Dinamo Zagabria, con l’unica, sorprendente vittoria del piccolo Rijeka nel 2017. Ma, scendendo dal Palazzo di Diocleziano verso il porto e la periferia, fino ad arrivare allo stadio Poljud, oppure percorrendo le strade della costa dalmata, i segni della passione “brasiliana” dei tifosi restano intatti, perché l’Hajduk è “Dalmatinski ponos”, “l’orgoglio della Dalmazia”.  

articolo pubblicato su http://www.salvataggisullalinea.it/2020/03/29/dal-danubio-al-brasile-le-radici-dellhajduk-spalato/

Contro la Superlega: il modello tedesco e il caso St. Pauli

Il recente caso della Superlega, progetto nato e abortito nello spazio di una notte (anche se di un campionato d’elité tra top club europei, sganciato dalle federazioni nazionali e internazionali si parla da tempo) è l’ennesima occasione persa per un dibattito serio e approfondito sulla struttura delle società di calcio. Anche dell’iniziativa di azionariato popolare legata all’Inter, lanciata qualche settimana fa da Carlo Cottarelli ed Enrico Mentana, si è parlato soprattutto per aspetti legati alla partecipazione di tifosi vip e non per altro.

Eppure, discutere di come strutturare il controllo dei club sarebbe fondamentale particolarmente oggi che, a causa della crisi economica legata al Covid, anche le proprietà multinazionali apparentemente più solide vacillano, e ci sarebbe l’ opportunità per i tifosi di riappropriarsi dell’oggetto della loro passione, ristabilendo una connessione di senso con i colori e i simboli della propria squadra del cuore.

Di azionariato popolare in Italia si parla periodicamente. I casi più recenti sono quelli del Parma e dell’ Ancona, le cui proprietà, in seguito al fallimento dei club, furono rilevate dai tifosi. Come si è dimostrato, però, la partecipazione di piccoli azionisti è sostenibile soltanto ai piani più bassi della piramide calcistica, dato che i costi fissi connessi all’esercizio dell’attività a livello professionistico sono troppo elevati. E così, mentre il Parma, man mano che risaliva di categoria in categoria, si è dovuto affidare a proprietari facoltosi in grado di sostenerne le spese, l’esperienza dell’azionariato popolare ad Ancona si è conclusa con un nuovo fallimento. E difficilmente anche l’azionariato popolare dell’Inter potrà andare al di là di una simbolica partecipazione agli organi sociali da parte di qualche tifoso vip. Per ‘altro, di popolare in questo caso c’è ben poco, considerando che la quota minima per entrare a far parte di Interspac è di 500 euro, a fronte dei 60 necessari per diventare soci del Bayern Monaco.

Il modello che appare più solido e sostenibile economicamente e socialmente sembrerebbe essere proprio quello tedesco del cosiddetto 50+ 1. Fino al 1998, le squadre di calcio tedesche erano strutturate come associazioni no- profit controllate al 100% dai soci- tifosi. A partire dal 1998, per favorirne la competitività, la Federazione ha concesso che i club potessero organizzarsi come società per azioni, ma che un singolo privato non potesse detenerne più del 49%, lasciando il restante 50% + 1 in mano ai soci, che, così, ne conservavano il controllo. Uniche eccezioni, il Wolfsburg e il Bayer Leverkusen, di proprietà di due multinazionali. Se, da un lato, questa regola sembra cristallizzare la competizione interna alla Bundesliga, che dal 2013 è vinta ininterrottamente dal Bayern Monaco, espressione di una delle regioni più ricche della Germania, le cui quote di minoranza sono detenute da colossi come Adidas, Audi e Allianz (ma è poi così diverso in Italia?); dall’altro, permette di mantenere un forte cordone ombelicale tra la squadra e la comunità di cui è espressione, impedendo che si realizzino alcune storture tipiche del calcio moderno, come, ad esempio, l’esplosione del prezzo dei biglietti dello stadio, una “piaga” che si è manifestata un po’ ovunque, ma soprattutto in Inghilterra e che ha portato all’allontanamento dei tifosi “storici” ed al formarsi di una tifoseria, per così dire, apolide che frequenta i confortevoli stadi inglesi.

Mentre in Spagna il controllo dei soci si esaurisce al momento delle elezioni della cordata che per quattro anni reggerà le sorti del club, la regola del 50 +1 permette una partecipazione diretta e costante dei tifosi, con casi emblematici come quello dell’ Fc St. Pauli, squadra espressione del quartiere portuale di Amburgo, attraversato dalla Reeperbahn, la via famosa per i locali a luci rosse, e che ha il suo centro nel Millerntor, lo stadio dove ogni settimana portuali, autonomi, squatter e punk, popolano la Gegengerade, la tribuna dove si annida la parte più calda della tifoseria biancomarrone (gli stravaganti colori del St. Pauli) e dove sventola la bandiera col Jolly Roger, nera con due tibie incrociate sovrastate da un cranio bianco, la bandiera dei pirati.

E’ proprio la composizione della sua tifoseria a fare dell’ Fc St. Pauli un caso unico nel panorama del calcio tedesco e mondiale, che va ben al di là dei modesti risultati ottenuti dalla squadra, che raramente ha calcato il palcoscenico della Bundesliga. Storicamente, St. Pauli è sempre stata “la faccia sporca” di Amburgo, il quartiere proletario contrapposto a quelli della ricca borghesia mercantile. Qui mosse i primi passi il movimento operaio tedesco alla fine dell’ ottocento e qui, negli anni ottanta del secolo scorso erano all’ordine del giorno vere e proprie battaglie urbane tra la polizia e gli squatter del movimento per l’occupazione delle case abbandonate del quartiere, che si opponevano agli sgomberi e alla speculazione portata avanti dall’amministrazione comunale di Amburgo. Questo variegato mondo, a cui si aggiunsero ben presto numerosi punk e molti ex sostenitori del più titolato Hamburger SV, sempre più insofferenti al monopolio delle organizzazioni neonaziste all’interno della tifoseria della principale squadra di calcio della città, si coagulò attorno al Millerntror.

Prima con la creazione di numerose fanzine che facevano dell’antifascismo, dell’antirazzismo e dell’ antisessismo il loro marchio di fabbrica, coltivando il terreno per una cultura antagonista all’interno della tifoseria, poi con l’attivismo dentro le istituzioni societarie, i supporter del St. Pauli sono riusciti ad influenzare sempre più in profondità la politica del club. La quasi totalità dell’ ingente somma di denaro ricavata dalle quote dei singoli soci è destinata allo sviluppo di tutta una serie di progetti rivolti ai giovani, che non si esauriscono nel costante miglioramento delle strutture di allenamento delle squadre del vivaio, ma in veri e propri progetti di inclusione sociale destinati ai ragazzi del quartiere. Inoltre, la sede dell’ Associazione dei soci sostenitori dell’ Fc St. Pauli, che si trova all’interno della Gegengerade, è un punto di riferimento per tutte le associazioni e gli abitanti della zona, come luogo di condivisione di idee e progetti oltre che come sede di feste e concerti.

Ma la battaglia più importante che i pirati di St. Pauli devono combattere quotidianamente è quella contro la commercializzazione e la finanziarizzazione sempre più aggressiva del calcio moderno e la sua pretesa di trasformare i tifosi da parte attiva di una comunità, in clienti, fruitori passivi di una serie di beni e servizi di cui il calcio giocato non è, forse, nemmeno quello principale. Valga per tutti il boicottaggio del progetto Sport- Dome, ovvero la trasformazione del Millerntor in un modernissimo impianto polifunzionale, secondo il consueto schema di affiancare, accanto allo stadio, centri commerciali, negozi e altre amenità simili. Memori delle battaglie degli autonomi per l’occupazione degli alloggi abbandonati della Hafenstrasse negli anni ottanta, i tifosi del St. Pauli iniziarono una protesta clamorosa che ebbe il suo apice in uno sciopero del tifo andato in scena durante una partita giocata in casa e che contribuì al fallimento dell’operazione speculativa con cui la società dell’epoca intendeva rimpinguare le esangui finanze.

Tra alterne vicende, compreso un fallimento societario sfiorato agli inizi degli anni duemila, la storia dell’ Fc St. Pauli e della sua tifoseria di pirati prosegue ancora oggi, con la squadra che oscilla tra la Bundesliga e le serie minori. A rimanere sempre costanti sono la passione dei tifosi, che non mancano mai di gremire le tribune del Millerntor, con una media spettatori che raramente scende sotto le ventimila presenze, indipendentemente dalla categoria in cui gioca la squadra, e quella particolare atmosfera che si respira allo stadio, tra fiumi di birra, musica degli AC/DC sparata a palla all’ingresso delle squadre in campo, lo speaker che, travestito da Fidel Castro, annuncia le formazioni e punk, fricchettoni, metallari e famiglie con bambini fianco a fianco a tifare per il St. Pauli, qualcosa di più di una semplice squadra di calcio. Forse questo è il vero antidoto a quello che Gianni Mura chiamava “il calcio Ogm” di oggi e non è un caso se nessuna delle grandi squadre tedesche abbia aderito al progetto della Superlega. Pensiamoci.

Strada provinciale delle anime

All’inizio dell’estate del 1991, Gianni Celati, insieme al grande fotografo Luigi Ghirri, raduna un po’ di parenti, amici e conoscenti e li carica su una corriera azzurra, di quelle che ancora oggi attraversano le campagne della pianura collegando i paesi, anche i più piccoli, come quella che si vede correre lungo un argine all’inizio de La Giusta Distanza, il film di Mazzacurati.

La partenza è fissata dal Borgo San Giorgio a Ferrara, nella piazza davanti all’antica cattedrale della città estense. Celati deve girare un cortometraggio per la Rai e dopo aver attraversato, durante i sopralluoghi dell’inverno precedente, il territorio che va da Ferrara alle Valli di Comacchio, fino alla punta estrema del Delta veneto, decide di rifare lo stesso tragitto a bordo di una corriera azzurra insieme a trenta persone, perché <<volevamo vedere lo stesso paesaggio in un altro modo, cioè assieme a delle altre persone>>.

Nasce così Strada provinciale delle anime, il primo documentario di Gianni Celati, in cui lo scrittore di origine ferrarese torna sui luoghi che già aveva percorso quasi dieci anni prima, raccogliendo le sue annotazioni nel libro Verso la Foce, di cui il film può considerarsi il sequel per immagini.

La corriera azzurra si perde nella campagna, apparentemente senza un itinerario prestabilito, con il suo carico di umanità varia che ricorda un po’ la Corriera stravagante di Steinbeck. Attraversa paesi che sembrano usciti dai racconti sul far west e avanza indolente verso la foce del Po, come attirata da un’ invisibile calamita. Il Delta, per chi ne abbia una conoscenza non superficiale, è uno stato d’animo piuttosto che un luogo fisico, un perdersi in infiniti silenzi e in spazi che la pianura dilata e man mano che ci avviciniamo al mare è come se ci spogliassimo di tutto quello che di superfluo appesantisce le nostre vite, fino a raggiungere un grado di leggerezza spirituale che è ciò che più rassomiglia all’ideale di Libertà. Come scrive lo stesso Celati in Verso la foce, <<come una tendenza naturale che ci assorbe, ogni osservazione intensa del mondo esterno forse ci porta più vicini alla nostra morte; ossia, ci porta ad essere meno separati da noi stessi>>.

Anche il titolo del documentario di Gianni Celati rimanda a quel senso di astrazione che coglie chi attraversi le campagne tra la Grande Bonifica Ferrarese e il Delta del Po. Strada provinciale delle anime, infatti, è un’indicazione stradale che non porta da nessuna parte, quasi che si trattasse di una beffa del destino, un volersi prendere gioco del bisogno, oggi ancora più accentuato, di direzioni certe, di mappature precise, con l’ausilio di tecnologie satellitari che hanno stravolto il concetto stesso di viaggio, ridotto ad un banale e razionale spostamento da un punto ad un altro. Mi piace pensare che cartelli stradali di questo tipo, che ancora oggi si possono trovare inoltrandosi negli angoli più remoti della nostra pianura, rappresentino la rivincita ironica del Viandante nei confronti del Turista.

https://www.raiplay.it/video/2019/01/STRADA-PROVINCIALE-DELLE-ANIME-6b0bdaa7-bbf6-4ebf-ad8a-f5ee60ffef10.html