Contro la Superlega: il modello tedesco e il caso St. Pauli

Il recente caso della Superlega, progetto nato e abortito nello spazio di una notte (anche se di un campionato d’elité tra top club europei, sganciato dalle federazioni nazionali e internazionali si parla da tempo) è l’ennesima occasione persa per un dibattito serio e approfondito sulla struttura delle società di calcio. Anche dell’iniziativa di azionariato popolare legata all’Inter, lanciata qualche settimana fa da Carlo Cottarelli ed Enrico Mentana, si è parlato soprattutto per aspetti legati alla partecipazione di tifosi vip e non per altro.

Eppure, discutere di come strutturare il controllo dei club sarebbe fondamentale particolarmente oggi che, a causa della crisi economica legata al Covid, anche le proprietà multinazionali apparentemente più solide vacillano, e ci sarebbe l’ opportunità per i tifosi di riappropriarsi dell’oggetto della loro passione, ristabilendo una connessione di senso con i colori e i simboli della propria squadra del cuore.

Di azionariato popolare in Italia si parla periodicamente. I casi più recenti sono quelli del Parma e dell’ Ancona, le cui proprietà, in seguito al fallimento dei club, furono rilevate dai tifosi. Come si è dimostrato, però, la partecipazione di piccoli azionisti è sostenibile soltanto ai piani più bassi della piramide calcistica, dato che i costi fissi connessi all’esercizio dell’attività a livello professionistico sono troppo elevati. E così, mentre il Parma, man mano che risaliva di categoria in categoria, si è dovuto affidare a proprietari facoltosi in grado di sostenerne le spese, l’esperienza dell’azionariato popolare ad Ancona si è conclusa con un nuovo fallimento. E difficilmente anche l’azionariato popolare dell’Inter potrà andare al di là di una simbolica partecipazione agli organi sociali da parte di qualche tifoso vip. Per ‘altro, di popolare in questo caso c’è ben poco, considerando che la quota minima per entrare a far parte di Interspac è di 500 euro, a fronte dei 60 necessari per diventare soci del Bayern Monaco.

Il modello che appare più solido e sostenibile economicamente e socialmente sembrerebbe essere proprio quello tedesco del cosiddetto 50+ 1. Fino al 1998, le squadre di calcio tedesche erano strutturate come associazioni no- profit controllate al 100% dai soci- tifosi. A partire dal 1998, per favorirne la competitività, la Federazione ha concesso che i club potessero organizzarsi come società per azioni, ma che un singolo privato non potesse detenerne più del 49%, lasciando il restante 50% + 1 in mano ai soci, che, così, ne conservavano il controllo. Uniche eccezioni, il Wolfsburg e il Bayer Leverkusen, di proprietà di due multinazionali. Se, da un lato, questa regola sembra cristallizzare la competizione interna alla Bundesliga, che dal 2013 è vinta ininterrottamente dal Bayern Monaco, espressione di una delle regioni più ricche della Germania, le cui quote di minoranza sono detenute da colossi come Adidas, Audi e Allianz (ma è poi così diverso in Italia?); dall’altro, permette di mantenere un forte cordone ombelicale tra la squadra e la comunità di cui è espressione, impedendo che si realizzino alcune storture tipiche del calcio moderno, come, ad esempio, l’esplosione del prezzo dei biglietti dello stadio, una “piaga” che si è manifestata un po’ ovunque, ma soprattutto in Inghilterra e che ha portato all’allontanamento dei tifosi “storici” ed al formarsi di una tifoseria, per così dire, apolide che frequenta i confortevoli stadi inglesi.

Mentre in Spagna il controllo dei soci si esaurisce al momento delle elezioni della cordata che per quattro anni reggerà le sorti del club, la regola del 50 +1 permette una partecipazione diretta e costante dei tifosi, con casi emblematici come quello dell’ Fc St. Pauli, squadra espressione del quartiere portuale di Amburgo, attraversato dalla Reeperbahn, la via famosa per i locali a luci rosse, e che ha il suo centro nel Millerntor, lo stadio dove ogni settimana portuali, autonomi, squatter e punk, popolano la Gegengerade, la tribuna dove si annida la parte più calda della tifoseria biancomarrone (gli stravaganti colori del St. Pauli) e dove sventola la bandiera col Jolly Roger, nera con due tibie incrociate sovrastate da un cranio bianco, la bandiera dei pirati.

E’ proprio la composizione della sua tifoseria a fare dell’ Fc St. Pauli un caso unico nel panorama del calcio tedesco e mondiale, che va ben al di là dei modesti risultati ottenuti dalla squadra, che raramente ha calcato il palcoscenico della Bundesliga. Storicamente, St. Pauli è sempre stata “la faccia sporca” di Amburgo, il quartiere proletario contrapposto a quelli della ricca borghesia mercantile. Qui mosse i primi passi il movimento operaio tedesco alla fine dell’ ottocento e qui, negli anni ottanta del secolo scorso erano all’ordine del giorno vere e proprie battaglie urbane tra la polizia e gli squatter del movimento per l’occupazione delle case abbandonate del quartiere, che si opponevano agli sgomberi e alla speculazione portata avanti dall’amministrazione comunale di Amburgo. Questo variegato mondo, a cui si aggiunsero ben presto numerosi punk e molti ex sostenitori del più titolato Hamburger SV, sempre più insofferenti al monopolio delle organizzazioni neonaziste all’interno della tifoseria della principale squadra di calcio della città, si coagulò attorno al Millerntror.

Prima con la creazione di numerose fanzine che facevano dell’antifascismo, dell’antirazzismo e dell’ antisessismo il loro marchio di fabbrica, coltivando il terreno per una cultura antagonista all’interno della tifoseria, poi con l’attivismo dentro le istituzioni societarie, i supporter del St. Pauli sono riusciti ad influenzare sempre più in profondità la politica del club. La quasi totalità dell’ ingente somma di denaro ricavata dalle quote dei singoli soci è destinata allo sviluppo di tutta una serie di progetti rivolti ai giovani, che non si esauriscono nel costante miglioramento delle strutture di allenamento delle squadre del vivaio, ma in veri e propri progetti di inclusione sociale destinati ai ragazzi del quartiere. Inoltre, la sede dell’ Associazione dei soci sostenitori dell’ Fc St. Pauli, che si trova all’interno della Gegengerade, è un punto di riferimento per tutte le associazioni e gli abitanti della zona, come luogo di condivisione di idee e progetti oltre che come sede di feste e concerti.

Ma la battaglia più importante che i pirati di St. Pauli devono combattere quotidianamente è quella contro la commercializzazione e la finanziarizzazione sempre più aggressiva del calcio moderno e la sua pretesa di trasformare i tifosi da parte attiva di una comunità, in clienti, fruitori passivi di una serie di beni e servizi di cui il calcio giocato non è, forse, nemmeno quello principale. Valga per tutti il boicottaggio del progetto Sport- Dome, ovvero la trasformazione del Millerntor in un modernissimo impianto polifunzionale, secondo il consueto schema di affiancare, accanto allo stadio, centri commerciali, negozi e altre amenità simili. Memori delle battaglie degli autonomi per l’occupazione degli alloggi abbandonati della Hafenstrasse negli anni ottanta, i tifosi del St. Pauli iniziarono una protesta clamorosa che ebbe il suo apice in uno sciopero del tifo andato in scena durante una partita giocata in casa e che contribuì al fallimento dell’operazione speculativa con cui la società dell’epoca intendeva rimpinguare le esangui finanze.

Tra alterne vicende, compreso un fallimento societario sfiorato agli inizi degli anni duemila, la storia dell’ Fc St. Pauli e della sua tifoseria di pirati prosegue ancora oggi, con la squadra che oscilla tra la Bundesliga e le serie minori. A rimanere sempre costanti sono la passione dei tifosi, che non mancano mai di gremire le tribune del Millerntor, con una media spettatori che raramente scende sotto le ventimila presenze, indipendentemente dalla categoria in cui gioca la squadra, e quella particolare atmosfera che si respira allo stadio, tra fiumi di birra, musica degli AC/DC sparata a palla all’ingresso delle squadre in campo, lo speaker che, travestito da Fidel Castro, annuncia le formazioni e punk, fricchettoni, metallari e famiglie con bambini fianco a fianco a tifare per il St. Pauli, qualcosa di più di una semplice squadra di calcio. Forse questo è il vero antidoto a quello che Gianni Mura chiamava “il calcio Ogm” di oggi e non è un caso se nessuna delle grandi squadre tedesche abbia aderito al progetto della Superlega. Pensiamoci.

Strada provinciale delle anime

All’inizio dell’estate del 1991, Gianni Celati, insieme al grande fotografo Luigi Ghirri, raduna un po’ di parenti, amici e conoscenti e li carica su una corriera azzurra, di quelle che ancora oggi attraversano le campagne della pianura collegando i paesi, anche i più piccoli, come quella che si vede correre lungo un argine all’inizio de La Giusta Distanza, il film di Mazzacurati.

La partenza è fissata dal Borgo San Giorgio a Ferrara, nella piazza davanti all’antica cattedrale della città estense. Celati deve girare un cortometraggio per la Rai e dopo aver attraversato, durante i sopralluoghi dell’inverno precedente, il territorio che va da Ferrara alle Valli di Comacchio, fino alla punta estrema del Delta veneto, decide di rifare lo stesso tragitto a bordo di una corriera azzurra insieme a trenta persone, perché <<volevamo vedere lo stesso paesaggio in un altro modo, cioè assieme a delle altre persone>>.

Nasce così Strada provinciale delle anime, il primo documentario di Gianni Celati, in cui lo scrittore di origine ferrarese torna sui luoghi che già aveva percorso quasi dieci anni prima, raccogliendo le sue annotazioni nel libro Verso la Foce, di cui il film può considerarsi il sequel per immagini.

La corriera azzurra si perde nella campagna, apparentemente senza un itinerario prestabilito, con il suo carico di umanità varia che ricorda un po’ la Corriera stravagante di Steinbeck. Attraversa paesi che sembrano usciti dai racconti sul far west e avanza indolente verso la foce del Po, come attirata da un’ invisibile calamita. Il Delta, per chi ne abbia una conoscenza non superficiale, è uno stato d’animo piuttosto che un luogo fisico, un perdersi in infiniti silenzi e in spazi che la pianura dilata e man mano che ci avviciniamo al mare è come se ci spogliassimo di tutto quello che di superfluo appesantisce le nostre vite, fino a raggiungere un grado di leggerezza spirituale che è ciò che più rassomiglia all’ideale di Libertà. Come scrive lo stesso Celati in Verso la foce, <<come una tendenza naturale che ci assorbe, ogni osservazione intensa del mondo esterno forse ci porta più vicini alla nostra morte; ossia, ci porta ad essere meno separati da noi stessi>>.

Anche il titolo del documentario di Gianni Celati rimanda a quel senso di astrazione che coglie chi attraversi le campagne tra la Grande Bonifica Ferrarese e il Delta del Po. Strada provinciale delle anime, infatti, è un’indicazione stradale che non porta da nessuna parte, quasi che si trattasse di una beffa del destino, un volersi prendere gioco del bisogno, oggi ancora più accentuato, di direzioni certe, di mappature precise, con l’ausilio di tecnologie satellitari che hanno stravolto il concetto stesso di viaggio, ridotto ad un banale e razionale spostamento da un punto ad un altro. Mi piace pensare che cartelli stradali di questo tipo, che ancora oggi si possono trovare inoltrandosi negli angoli più remoti della nostra pianura, rappresentino la rivincita ironica del Viandante nei confronti del Turista.

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