La storia del pallone che ha cambiato il calcio

Per i calciatori, quella dei capelli e delle relative acconciature non è una moda soltanto dei giorni nostri. Leggende ormai secolari raccontano di come, per non rovinare la capigliatura sistemata con generose dosi di brillantina, l’ Artillero Pedro Petrone, formidabile bomber del Grande Uruguay che, tra il 1924 e il 1930, vinse due volte il torneo olimpico e la prima edizione del Campionato del Mondo giocata a Montevideo, non colpisse mai la palla di testa. O di come l’ Anzlein Angelo Schiavio, centravanti del Bologna di Arpad Veisz, lo “Squadrone che tremare il mondo fa” che nel 1937 vinse a Parigi, contro i maestri inglesi del Chelsea, il Torneo dell’Esposizione, e che fece innamorare il giovane Pasolini, raccogliesse i capelli impomatati all’interno di una retìna, per evitare che si scomponessero troppo al contatto col pallone.

Già, perché il pallone con cui si giocava ai tempi di Petrone e di Schiavio non era quell’oggetto iper tecnologico, frutto di ricerche di laboratorio sui materiali e, per la verità, dalle traiettorie instabili ed imprevedibili di oggi, ma era composto da una camera d’aria di gomma, gonfiata soffiando e ricoperta da un involucro di dodici strisce di cuoio non impermeabili, tenute insieme da una cucitura esterna di cinque millimetri, che chiudeva la “bocca” attraverso cui passava la camera, secondo l’invenzione dell’americano Charles Goodyear. Un oggetto non propriamente sferico, che, quando pioveva, diventava una pietra e che, al contatto della testa con la cucitura, provocava ferite piuttosto dolorose.

Nella seconda metà dell’ottocento, la pampa era un’enorme distesa di terra disabitata. Per favorirne lo sviluppo, il governo argentino, tramite una notevole campagna propagandistica svolta dai consoli e da agenti speciali appositamente incaricati, attirò dall’Europa, col miraggio di vastissime terre fertili da coltivare, decine di migliaia di coloni, in buona parte italiani e, tra questi, moltissimi friulani, anticipando loro le spese per il viaggio, l’abitazione nonché per gli animali e gli strumenti da lavoro. Dopo il boom degli anni ottanta del diciannovesimo secolo, le partenze dal Friuli iniziarono a diradarsi e cambiò anche il tipo di emigrazione: non più coloni affamati di terra, ma operai in cerca di occupazione nelle fabbriche delle grandi città argentine, Buenos Aires, Rosario e Cordoba. Probabilmente, di questa seconda ondata di emigranti facevano parte Olivo Tossolini e Maria Zampa, partiti da Felettano di Tricesimo, e Antonio Polo e Caterina Tonello da Forni di Sotto, paesi della provincia di Udine e arrivati, più o meno nello stesso periodo, a Bell Ville, cittadina della provincia di Cordoba.

Di solito, quando si parla di grandi rivoluzionari del calcio, si pensa ad allenatori o calciatori che hanno cambiato il modo di pensare e praticare il gioco. Si pensa, tra gli altri, a Rinus Michels e Johan Cruijff e alla Grande Olanda del Calcio Totale, oppure ad Arrigo Sacchi e al suo meraviglioso Milan olandese, o, per arrivare ai nostri giorni, a Pep Guardiola e al Barcellona. Non si tiene conto, però, del fatto che anche questi grandi innovatori ben poco avrebbero potuto innovare se, a monte, non ci fosse stato qualcuno ancora più visionario di loro a mettergli a disposizione lo strumento più adatto ad esprimere il loro genio, ossia il pallone. Non, però, quello dei tempi di Petrone e di Schiavio, dalla forma irregolare e così doloroso all’impatto, ma il progenitore del pallone moderno.

Ad inventarlo furono, proprio a Bell Ville, Antonio Tossolini, figlio di Olivo e Maria, e Luis Polo, figlio di Antonio e Caterina. Luis giocava a calcio nel Club Argentino, una delle cinque squadre della città e la sua specialità erano i gol di testa, dopo ognuno dei quali, oltre alla gioia di aver segnato, portava sulla fronte i segni della stringa di cuoio che chiudeva la bocca del pallone. Un giorno del luglio del 1930, ascoltando la radiocronaca di una partita del Mondiale uruguaiano, sentì un commentatore dire che bisognava <<tagliare il bubbone alla palla, perché provocava inconvenienti ai giocatori, come pure alla direzione del tiro>>. Era quello che pensava anche Luis e subito pose il problema all’amico Antonio, ben conoscendo la sua genialità di inventore, dato che aveva alle spalle già numerosi brevetti per rendere più facile il lavoro di carpenteria nell’officina di famiglia.

I due, insieme a Juan Valbonesi, operaio di origini piemontesi dell’officina di Tossolini, si misero subito al lavoro e, per prima cosa, risolsero il problema principale, ossia come gonfiare la camera d’aria: non più attraverso una “proboscide” da ripiegare, ma una valvola in cui immettere l’aria da un ago, immobilizzando, poi, la camera dentro il guscio di cuoio, in modo che l’ago non andasse a forarla. Togliendo l’ago, la valvola si contraeva all’interno, richiudendosi. C’era, poi, il problema della “bocca” del pallone, che venne risolto con la cucitura interna delle tacche esagonali che formavano l’involucro di cuoio, anziché quella esterna con la stringa fino allora utilizzata.

Nasceva, così, nel 1931, il Superball, perfettamente sferico e facilmente gonfiabile. Nel 1935 la federcalcio brasiliana lo adottò come pallone ufficiale, mentre nel 1937, benché già utilizzato ufficiosamente su tutti i campi, anche la federazione argentina lo introdusse nei i propri campionati. Come scrive Eduardo Galeano in Splendori e miserie del gioco del calcio, <<…grazie all’ingegno di Tossolini, Valbonesi e Polo, tre argentini di Cordoba, nacque… il pallone senza cuciture. Inventarono la camera con valvola che si gonfiava per iniezione, e dal Mondiale del 1938 fu possibile colpire di testa>>.

Una volta brevettata la loro invenzione, per la produzione su larga scala del Superball, Tossolini, Polo e Valbonesi crearono a Bell Ville la Superball, fabbrica che, al massimo del suo splendore dava lavoro, oltre che a 170 dipendenti diretti, a un indotto di circa tremila persone, che cucivano i palloni a domicilio.

Oggi, a mantenere vivo il ricordo di quella straordinaria epopea, ci pensa Mabel Bunzli, nativa di Bell Ville e nipote di Antonio Tossolini, da tempo residente a Lonca di Codroipo. Il 9 ottobre scorso, prima della partita tra Udinese e Atalanta, nell’auditorium della Dacia Arena, si è tenuto un incontro dal titolo Il pallone che ha cambiato il calcio, alla presenza, oltre che di Mabel, di Carlo Briner, sindaco di Bell Ville, di German Fuglini, titolare della fabbrica Dalemas Pelotas, azienda che ha comprato il marchio Superball per continuarne la produzione, e di Flavio Vidoni, giornalista locale, tra i primi a raccontare questa storia. Non ha voluto far mancare il suo saluto, attraverso una videoregistrazione, nemmeno Mario Kempes, il campione che trascinò coi suoi gol l’ Argentina alla vittoria della Coppa del Mondo del 1978 e che, come Mabel di cui è grande amico, è nato a Bell Ville. E’ stato un bel modo per ricordare come un’invenzione così importante per il gioco del calcio abbia un legame forte con la terra friulana e fa bene l’ Udinese a cercare storie come queste, legate al territorio, da raccontare in maniera non banale.

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